ITALIA IN OSTAGGIO FRA SINDACATI DEBOLI, PARTITI VUOTI E LOBBY AL COMANDO

ITALIA IN OSTAGGIO FRA SINDACATI DEBOLI, PARTITI VUOTI E LOBBY AL COMANDO

Dom, 05/24/2026 - 14:06
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Chi difende i lavoratori? Sindacati deboli, partiti assenti, lobby al comando. Il costo economico e sociale di una rappresentanz

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L’Italia del 2026 è un Paese strano. Da un lato, ci sono i numeri: il PIL cresce, seppur lentamente, l’occupazione tiene, e in qualche settore l’innovazione avanza. Dall’altro, c’è una sensazione diffusa, quasi tangibile, che qualcosa non funziona. Che le regole del gioco non sono scritte per tutti, ma solo per pochi. Che la voce dei lavoratori, dei giovani, delle piccole imprese si perde nel rumore delle stanze dei bottoni, dove a decidere sono sempre gli stessi, tra un emendamento di favore e un incontro riservato con i rappresentanti dei grandi interessi. La colpa è di una rappresentanza in crisi profonda, dove sindacati e partiti hanno perso il contatto con la base, e le lobby hanno riempito il vuoto con una forza che non ha eguali in Europa.

I sindacati, un tempo pilastri della democrazia economica, oggi faticano a difendere anche i diritti più basilari. Gli iscritti sono crollati: da oltre dieci milioni a circa 6,5 milioni in vent’anni[1], e tra i giovani la sindacalizzazione è addirittura sotto il quindici per cento, un dato che dovrebbe far riflettere in un paese dove il precariato è diventato la norma, mentre circa il 40% degli iscritti sono pensionati.

.sindacato

I contratti collettivi coprono appena il sessanta per cento dei lavoratori, e in settori come la gig economy la rappresentanza è quasi inesistente, come se i rider di Foodora o Glovo, i freelance delle piattaforme digitali, i precari dei call center non avessero diritto a una tutela. E quando scendono in sciopero, come è successo lo scorso inverno a Milano o a Roma, le loro rivendicazioni si scontrano con un muro di indifferenza, perché non c’è più un sindacato forte capace di portarle avanti con il peso che meriterebbero. La CGIL, la CISL, la UIL, un tempo in grado di mobilitare milioni di persone, oggi sembrano sempre più l’ombra di sé stesse, divise al loro interno e incapaci di dialogare con un mondo del lavoro che non somiglia più a quello di trent’anni fa.

Ma il problema non è solo dei sindacati. I partiti, che dovrebbero essere il veicolo per tradurre le istanze dei cittadini in leggi, sono sempre più svuotati, ridotti a macchine elettorali prive di una vera base sociale. Gli iscritti sono crollati dell’80% rispetto a vent’anni fa: se nel 2000 i partiti italiani contavano complessivamente circa 2 milioni di iscritti, oggi si fermano a circa 500.000. Le segreterie sono sempre più lontane dai territori, più attente alle dinamiche di potere che non alle esigenze di chi li ha votati. Il risultato è che i parlamentari, invece di rappresentare gli interessi dei loro elettori, finiscono spesso per rispondere a pressioni esterne.

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Non è un caso che, secondo Transparency International Italia, circa un deputato su tre abbia conflitti di interesse con aziende o settori che regolamenta[2]. Basta guardare alla riforma delle pensioni, bloccata per anni tra le resistenze dei partiti e le pressioni delle assicurazioni private, che spingono per i fondi pensione a discapito del sistema pubblico. O alle leggi sugli appalti, scritte troppo spesso con il contributo delle grandi imprese di costruzioni, che poi si aggiudicano le gare senza concorrenza.

E qui entrano in gioco, appunto, le lobby. In Italia non esiste un registro trasparente come in altri paesi, ma le stime parlano di almeno mille duecento gruppi di pressione attivi, con una spesa annua compresa tra 1 e 1,5 miliardi di euro[3]. Non sono solo i grandi nomi della Confindustria o delle banche, ma anche i rappresentanti dei settori più protetti, dall’energia alla sanità, che riescono a influenzare le scelte politiche molto più di quanto non riescano a fare i cittadini comuni. Il meccanismo è noto: incontri riservati nei corridoi di Montecitorio, emendamenti inseriti all’ultimo momento nei decreti, ex ministri che, una volta lasciata la poltrona, passano a lavorare per le aziende che fino al giorno prima regolamentavano. Prendiamo il caso del decreto Semplificazioni del 2025: secondo inchieste come quelle di Report (Rai), la maggioranza degli emendamenti ai provvedimenti economici sarebbe influenzata da pressioni esterne.

.aula montecitorio

Il costo di questa crisi della rappresentanza è altissimo, e non solo in termini democratici. Senza una voce forte che difenda gli interessi dei lavoratori e delle piccole imprese, le riforme necessarie restano bloccate. La riforma fiscale, quella della giustizia, la semplificazione burocratica: sono tutti temi che si trascinano da anni senza soluzione, perché manca la spinta dal basso. E intanto l’Italia paga il prezzo: una crescita più lenta, una disuguaglianza più alta, una fuga di cervelli che non si arresta. Solo lo scorso anno, circa 100.000 giovani hanno lasciato il paese alla ricerca di opportunità all’estero. E non è un caso che nel Doing Business della Banca Mondiale, l’Italia si attesti tra il 50° e il 60° posto[4], dietro a paesi come la Slovenia o il Portogallo.

C’è poi il costo sociale, quello più difficile da quantificare ma non per questo meno grave. Quando sindacati e partiti non rappresentano più i cittadini, la fiducia nelle istituzioni crolla, e con essa la coesione di un paese. Il risultato è un paese dove i diritti sono sempre più fragili, dove le disuguaglianze crescono senza che nessuno sembri in grado di fermarle, e dove la sensazione diffusa è che le regole del gioco siano scritte da altri. La domanda, allora, è una sola: in un sistema così, chi difende davvero i lavoratori? Chi tutela gli interessi dei molti, e non solo quelli dei pochi? Finché non troveremo una risposta, l’Italia resterà un paese in ostaggio, dove la rappresentanza è un lusso riservato a pochi e la giustizia sociale un miraggio sempre più lontano.

 

 

[1] Fonte: IRES (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali), dati 2020-2024. Stima 2026: ~6,5 milioni di iscritti totali (CGIL, CISL, UIL).

[2] Fonte: Transparency International Italia, Rapporto “Conflitti di interesse in Parlamento” (2024)

[3] Open Polis, Osservatorio Lobby (2025)

[4] Banca Mondiale, Doing Business 2023-2024 (Italia: 58°-59° posto).