E FINALMENTE L’EUROPA BATTÉ UN COLPO

E FINALMENTE L’EUROPA BATTÉ UN COLPO

Gio, 03/19/2026 - 09:12
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Trump è riuscito a compattare l’UE in tema di difesa comune

.resistere

Se la follia interventista trumpiana di questi anni dovesse passare alla storia, oltre che per i morti che ha provocato, sarà certamente perché ha accelerato e consolidato il processo di unificazione reale e sostanziale dell’Unione Europea sotto l’aspetto della difesa comune.

Quella che sembrava una mission impossible - ovvero la costruzione di un’indispensabile fronte unico di difesa dei propri confini e di politica estera - comincia finalmente a prendere forma, sotto i colpi di machete del guerrafondaio che alberga alla Casa Bianca (speriamo ancora per poco).

L’alleato di un tempo, fin dal suo insediamento in questo secondo disastroso mandato, ha cominciato a demolire i rapporti di storica alleanza con il Canada e l’Europa, minacciando e parzialmente applicando dazi all’importazione assurdi e punitivi, che poi il Parlamento ha considerato illegittimi, non ravvisandovi quelle caratteristiche di urgenza che avrebbero consentito al Presidente di intervenire a gamba tesa in quella che non può essere una sua prerogativa ordinaria.

.nato

Ha poi preso di mira la Nato, ridimensionando drasticamente il flusso di dollari che, dal dopoguerra a oggi, ha costituito la principale fonte di finanziamento dell’Alleanza. La posizione, in questo caso, è a nostro avviso giustificata in quanto soprattutto l’Europa dovrebbe farsi carico direttamente del costo della propria difesa, e non continuare a confidare nello stellone americano. Tanto che, in sede Nato, è stato approvato uno stanziamento almeno pari al 5% del PIL da parte di ciascuno degli stati partecipanti per finanziare l’Alleanza stessa, misura che mette in difficoltà molti degli stati comunitari con bilanci sbilanciati, come il nostro, per il quale comporterà un aumento delle spese militari quantificabile in 80-100 miliardi di euro all’anno.

.armi

Del resto, quando si presentò per la prima volta alle elezioni presidenziali, il motto di Trump era “America first”, con molta enfasi proprio sull’intenzione di focalizzare spese ed energie sul fronte interno, anziché impelagarsi nei vari conflitti in giro per il mondo. Questa volta è tutto diverso: pare proprio che il nostro voglia atteggiarsi a gendarme del mondo, andando a prendersi tutti i territori che rivestano un qualche interesse strategico, ma soprattutto di business, per gli USA.

E sicuramente il petrolio torna ad essere uno dei maggiori obiettivi della politica estera americana: dapprima disconoscendo tutti i pregressi impegni sulla green economy e sull’emergenza climatica, e poi impadronendosi manu militari del Venezuela. Stesso refrain con l’Iran, dove però il boccone sarà sicuramente più indigesto, e non basterà la gragnuola di droni e missili per rovesciare un regime che in oltre mezzo secolo si è ampiamente consolidato e fortificato, grazie anche al petrolio che ha assicurato consistenti flussi finanziari.

.saluti militari nato

Tutto lascia pensare che sia stato proprio il petrolio, insieme alla forte pressione da parte di Israele, la causa dell’attacco di Trump all’Iran, scatenando una guerra che sicuramente non sarà breve né indolore, e che comunque richiederà il coinvolgimento attivo e determinante anche delle truppe di terra, Marines e Israeliani. La popolarità di Trump, quando si verificheranno le prime morti dei Marines inevitabilmente riprese in tempo reale e diffuse sui social, certamente non ne risulterà avvantaggiata.

Che l’attacco non abbia avuto altre giustificazioni lo dimostrano le dimissioni di Joe Kent, il capo dell’ICE di stretta osservanza trumpiana, che ha affermato “non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran: l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana”.

Che finalmente ci sia un alto funzionario USA intellettualmente onesto e con la schiena diritta è davvero un’ottima notizia, così come un’ottima notizia è il rifiuto da parte della Nato e dei Paesi UE di sostenere un’azione bellica ingiustificata e totalmente fuori dagli obiettivi difensivi alla base della Nato (e meno che mai concordata, o anche solo comunicata in anticipo agli “alleati”), come pure di scortare il passaggio delle navi petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, controllato da forze filoiraniane.  Ancora una volta la conferma che ciò che interessa il Presidente USA non è tanto la democrazia e il rispetto dei diritti civili, senza dubbio calpestati dagli ayatollah, quanto il business e il traffico di petrolio e gas naturale.

Che poi ben pochi rimpiangano, in occidente, il defunto tiranno Ali Khamenei è un dato di fatto: c’è stata anche da noi una sincera partecipazione emotiva per le violenze subite soprattutto dalle donne e per la feroce dittatura di Theran, molti si sono mobilitati per sostenere la resistenza e il cambio di regime in Iran, ma che ci fosse un pericolo di escalation nucleare pareva escluso dalla maggior parte degli osservatori indipendenti.

Nessuno sentiva il bisogno, a parte Netanyahu, che venisse un gendarme da oltre oceano a impelagarsi in un pantano che, come la storia insegna con i casi di Vietnam e Afghanistan, durerà ancora molto e costerà anche agli stessi Americani ingenti risorse economiche e purtroppo inevitabile perdite umane.