L’IMPORTANTE È PARTECIPARE, MA ANCHE NON INDEBITARSI (TROPPO)
Le Olimpiadi invernali alla prova dei conti: costi fuori controllo o benefici reali?

Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 riportano al centro del dibattito pubblico una domanda ricorrente: quanto costano davvero i Giochi e quale ritorno economico possono generare per il Paese ospitante e per i territori coinvolti?
Nel dossier di candidatura, l’Italia ha presentato le Olimpiadi come un evento “sostenibile”, basato in larga parte sul riuso di impianti esistenti e su un modello diffuso tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Una promessa che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto contenere i costi e ridurre il rischio di sprechi. Tuttavia, come spesso accade per i grandi eventi, la distanza tra previsioni iniziali e realtà si è progressivamente ampliata: secondo quanto riferisce il CEO di Milano-Cortina, Andrea Varnier, i costi per l’organizzazione, da una previsione iniziale di 1,3 miliardi di Euro, sono lievitati a 1,7, ai quali si aggiungono 3,5 miliardi di fondi pubblici per le infrastrutture.
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Il capitolo più rilevante riguarda proprio i costi complessivi. Il budget legato all’organizzazione dei giochi è affiancato infatti da un volume molto più ampio di investimenti infrastrutturali: strade, ferrovie, opere di mobilità e interventi di sicurezza.
L’esperienza internazionale insegna che le Olimpiadi invernali sono particolarmente esposte al rischio di extracosti. Le condizioni orografiche, i tempi ristretti e l’aumento dei prezzi delle materie prime possono far lievitare i budget iniziali. In un contesto di inflazione ancora elevata e di finanza pubblica sotto pressione, ogni scostamento rispetto alle stime iniziali assume un peso politico ed economico rilevante.
Un nodo centrale è la qualità della spesa: investimenti in infrastrutture di trasporto possono avere un senso economico se rispondono a esigenze strutturali dei territori, mentre risultano più problematiche le opere concepite quasi esclusivamente in funzione dell’evento olimpico. Molto spesso si rischia di creare vere e proprie cattedrali nel deserto per le quali, a Giochi finiti, il problema maggiore è come abbatterle.

Sul fronte dei ricavi, il quadro è più articolato. Le entrate dirette – diritti televisivi, sponsorizzazioni, biglietteria e merchandising – sono in larga parte regolate dal Comitato Olimpico Internazionale. Al comitato organizzatore locale arriva solo una quota di questi flussi, sufficiente a coprire parte dei costi operativi ma raramente tale da compensare l’investimento pubblico complessivo.
Le stime più ottimistiche indicano un impatto positivo sul PIL attraverso l’aumento del turismo, dell’occupazione temporanea e dei consumi nei territori coinvolti. Tuttavia, gli studi ex post su edizioni precedenti mostrano risultati disomogenei, anche a causa della difficoltà di misurare l’effettivo rapporto di causalità con l’evento sportivo: l’effetto traino sull’economia tende a concentrarsi nel breve periodo, mentre i benefici di lungo termine dipendono dalla capacità di integrare i Giochi in una strategia di sviluppo coerente, ben difficile da realizzare con Governi che cambiano spesso, così come gli indirizzi di politica economica.
Per l’Italia, il vero banco di prova sarà la capacità di trasformare l’attenzione mediatica globale in un rafforzamento duraturo dell’attrattività turistica delle aree montane, evitando che il picco olimpico si esaurisca rapidamente.
Torino 2006 viene spesso citata come un caso emblematico di eredità economica ambivalente: importanti trasformazioni urbane e infrastrutturali, ma a fronte di un impatto finanziario pesante e duraturo: il successo mediatico dei Giochi non coincide automaticamente con un successo economico. Il confronto con Milano-Cortina appare inevitabile, anche perché il contesto macroeconomico è in alcuni aspetti persino più fragile: debito pubblico più elevato, margini fiscali ridotti e una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica sull’uso delle risorse.

Secondo le stime ex post il costo totale per Torino è stato tra 9 e 11 miliardi di euro – ampiamente superiore alle stime iniziali - includendo impianti sportivi, villaggi olimpici, infrastrutture di trasporto e opere urbane. Il budget iniziale era sensibilmente inferiore, a conferma di una dinamica di extracosti tipica dei Giochi invernali.
I ricavi diretti dell’evento furono limitati rispetto alla spesa sostenuta: i benefici principali si sono concentrati sulla riqualificazione urbana, sul potenziamento delle infrastrutture e su un temporaneo aumento della visibilità internazionale di Torino. L’impatto sul turismo può essere considerato ampiamente positivo, anche se difficilmente misurabile.
Prima delle Olimpiadi, la città era percepita come grigia e triste, con tradizionale presenza di opifici dismessi o ridimensionati e ai margini dei flussi turistici. Oggi è considerata una delle città più vivibili d’Italia e con più elevata qualità della vita, meta di molti visitatori, soprattutto giovani ma anche quelli con capacità di spesa più elevata, con strutture alberghiere e ricettive spesso complete.
Secondo le ricostruzioni successive, il deficit accumulato dal comitato organizzatore e dagli enti locali contribuì in modo significativo alle difficoltà finanziarie del Comune di Torino negli anni successivi. Molti impianti sportivi hanno richiesto interventi di riconversione o sono rimasti sottoutilizzati, generando costi di gestione prolungati nel tempo.
In questi casi, il rischio è che i benefici restino temporanei mentre i costi si protraggano per anni. Occorre comunque valutare con attenzione non solo gli aspetti numerici e contabili, ma anche quelli qualitativi, come ad esempio la successiva maggiore disponibilità di impianti sportivi per i cittadini oppure la funzione di traino a vantaggio dello sport di base esercitata dalla presenza e dalle esibizioni dei campioni di tutto il mondo.

Il tema del debito pubblico rende il dibattito ancora più delicato. In un paese con margini fiscali limitati, ogni grande investimento deve essere valutato in termini di costi opportunità. Le risorse destinate alle Olimpiadi avrebbero potuto finanziare altre priorità? E soprattutto, quale ritorno resterà una volta spenta la fiaccola? Furono proprio queste le considerazioni che portarono l’amministrazione di Roma del 2016 a declinare la proposta di candidarsi ad ospitare i Giochi Olimpici del 2024, svoltisi poi a Parigi. La decisione generò accese discussioni e critiche, ma certo non è facile sapere se alla fine fu una decisione giusta oppure no.
In definitiva, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina rappresentano un test importante per la capacità dell’Italia di gestire grandi progetti complessi. I numeri dei costi e dei ricavi contano, ma contano ancora di più le scelte di lungo periodo: trasparenza, controllo della spesa e integrazione degli investimenti in una visione strategica.
I Giochi possono essere un’opportunità economica, ma solo se non diventano l’ennesimo esempio di crescita promessa e risultati inferiori alle attese. Per un Paese ad alto debito e con forti divari territoriali, questa è una sfida che va ben oltre lo sport.
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