LA LEGGE DEL MEGA

LA LEGGE DEL MEGA

Mar, 02/04/2025 - 19:19
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La politica dei dazi di Donald Trump è un retaggio del passato che rischia di fare danni a tutti, compresi gli stessi Stati Unit

.Trump firma ordinanze

Bisognerà rassegnarsi: il regno del biondo tycoon non porterà niente di buono al di fuori degli Stati Uniti, e anzi creerà notevoli problemi a tutti, a cominciare dai “nemici” giurati Canada e Messico – nei confronti dei quali ha introdotto pesantissimi dazi sui prodotti esportati – e dal competitor cinese – al quale ha minacciato inasprimenti tariffari del 10% -, fino all’Unione Europea. Gli unici con cui, finora, sembra andare d’accordo, sono Netanyahu, Orbàn, il premier inglese Starmer e la Meloni; e anche con Putin pare che ci sia un buon feeling.

L’introduzione, o – nel caso della Cina – l’inasprimento di dazi all’importazione è una tipica misura che era ormai divenuta obsoleta nel mondo globalizzato e industrializzato, e rischia di provocare effetti negativi anche sugli stessi Stati Uniti. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta e quali conseguenze è ragionevole attendersi.

Il dazio è un’imposta indiretta sui consumi, che colpisce la circolazione e lo scambio di beni fra due paesi. In sostanza è un onere che viene fatto gravare sui beni e servizi importati, in modo tale che il loro prezzo risulti più alto per il consumatore, che in tal modo sarebbe portato a preferire i prodotti nazionali. Si tratta quindi di una misura che penalizza il commercio internazionale, andando a colpire gli esportatori che in regime di concorrenza riescono a offrire all’acquirente estero prodotti a minor prezzo e/o di maggior qualità. Quindi i dazi tendono a favorire, a danno sia del produttore estero che del consumatore interno, le aziende domestiche meno efficienti e più care.

Donald Trump è convinto che i dazi possano riequilibrare la bilancia commerciale americana[1], con due conseguenze: incrementare gli introiti fiscali dalle tariffe (e questo è indiscutibile, almeno nel breve periodo), finanziando così i nuovi tagli delle tasse sul reddito o le spese per investimenti pubblici, e riportare numerose aziende a creare posti di lavoro negli Stati Uniti (che hanno in realtà il problema opposto: non trovano manodopera). Queste convinzioni, che secondo la prevalente teoria economica sono profondamente errate, possono avere una qualche ragion d’essere solo nei primi tempi; in seguito, tende a prevalere la riduzione del reddito del paese e la penalizzazione dello sviluppo che l’inefficienza produttiva e commerciale comporta a livello globale.

.maritim trade

Secondo il think tank indipendente “Tax Foundation” i dazi sui tre principali partner commerciali degli Stati Uniti causerebbero un rincaro di 830 dollari a famiglia in un anno e secondo Goldman Sachs ogni punto percentuale di dazi in più sulle merci canadesi e messicane comporterebbe un aumento dell’inflazione americana dello 0,1 per cento.

Secoli di libero commercio hanno dimostrato che lo sviluppo mondiale è tanto maggiore quanto più facili e meno costosi sono gli scambi. È ampiamente provato che l’abbattimento dei costi di trasporto e della burocrazia doganale favorisce il benessere di tutti quanti: il libero commercio e la circolazione di beni, servizi e capitali fra i diversi paesi favorisce infatti anche il miglioramento delle condizioni delle zone più disagiate, alleviando la povertà nel mondo (è però molto probabile che Trump non sia granché interessato a questo aspetto…).

.povertà

Alla fine, in un sistema aperto e concorrenziale, anche la stessa industria dei paesi importatori viene stimolata a migliorare la sua efficienza e a diventare più competitiva. A maggior ragione se oggetto di dazi sono le materie prime di cui il paese ha necessità: in tal caso il danno è per tutti, e il solo beneficio è dell’erario del paese impositore, che aumenta così il proprio gettito fiscale. Solo se le imprese americane importatrici riuscissero a trovare altri fornitori, negli Stati Uniti o altrove, che possano offrire gli stessi prodotti a prezzi competitivi, il livello generale dei prezzi potrebbe non risentirne.

Il consumatore, che in concorrenza sarebbe portato a favorire un determinato bene anche se importato dall’estero perché migliore o meno caro, viene così indotto a scegliere un prodotto nazionale. Lo scopo è quello di agevolare le imprese nazionali che vengono così premiate nonostante siano meno efficienti, ma allo stesso tempo penalizza i consumatori che si trovano a dover pagare di più, contribuendo inoltre a far aumentare l’inflazione.

Il timore di una ripresa dell’inflazione, dopo che con grande difficoltà e a costo di due anni di politiche monetarie restrittive, è così tornato di bruciante attualità, tanto che la Fed, la banca centrale USA, ha immediatamente sospeso la policy di riduzione dei tassi di interesse che aveva iniziato ad intraprendere.

Prezzi più alti, tassi più alti, minore sviluppo: questi i danni provocati dai dazi all’interno dei paesi che li introduce. Non solo: i tassi di interesse più alti favoriscono la rivalutazione della valuta nazionale rispetto alle valute degli altri paesi (e infatti il dollaro sta crescendo in questi giorni oltre misura), e questo rende ancora meno concorrenziali le merci del paese e ne penalizza le esportazioni, mentre favorisce – grazie al minor prezzo dei prodotti importati – gli acquisti dall’estero. Così la bilancia commerciale peggiora, realizzando un risultato che è l’esatto contrario dell’obiettivo che ci si era proposti.

.maga

Pare proprio che alla base della politica tariffaria di Trump non ci sia tanto una solida base economica quanto il fumo dell’ideologia, quel Maga (make America great again) che vuol mostrare un’America forte, muscolosa e autosufficiente, chiusa ai rapporti con l’estero e gelosa dei propri privilegi. Chissà se, con il vento della reazione che anche nel nostro continente ha preso a soffiare molto forte, l’invito del sodale del biondo, Elon Musk, a rendere ancora grande l’Europa, Mega (make Europe great again) – scritto nei cappellini che ha fatto recapitare a tutti gli europarlamentari – avrà successo nel vecchio mondo. Per ora, come si dice in Toscana, sembra più una riedizione della “legge del me(n)ga”, ovvero “chi l’ha in … tasca ce lo tenga.


[1] La bilancia commerciale è la differenza fra il valore dei beni e dei servizi esportati e quello dei beni e dei servizi importati, ed è una delle due componenti della bilancia dei pagamenti (l’altra è il movimento dei capitali). Quest’ultima rappresenta quindi la differenza fra il flusso di denaro in entrata dall’estero e quello in uscita verso l’estero e da essa dipende l’andamento dei rapporti di cambio fra le diverse valute.